Tre settimane di conversazioni con l'autore di un sistema interno a Schüco Italia. Quello che l'intelligenza artificiale fa è la parte facile da raccontare. Quello che fa alle persone, no.
La scena«Guarda — fai tu la domanda.» Giovanni gira lo schermo verso di me e mi indica la tastiera. Siamo nel suo ufficio, al dipartimento IT di Schüco, da una ventina di minuti, e fino a un istante fa pensavo di sapere cosa avrei trovato. Un'altra dimostrazione di intelligenza artificiale, magari ben rifinita ma riconoscibile: il prompt costruito con cura, la risposta verbosa e un po' troppo brillante, l'eccitazione di chi l'ha messa in piedi. Adesso, francamente, non lo so più.
Non so bene cos'altro chiedere, e provo con quello che mi pare la cosa più ovvia da fare in un'azienda di serramenti: «mostrami i trattamenti superficiali applicabili a un profilo». Premo invio.
In pochi secondi, sullo schermo si srotola qualcosa che non avevo immaginato. L'applicazione parte dall'archivio dei materiali — chissà come fa a sapere dov'è — e individua il codice di un profilo di alluminio trattabile, un «K», nel gergo interno di Schüco. Decide poi di collegarsi a SAP: quindi sa già che Schüco usa SAP, ed evidentemente sa anche che il trattamento dei profili è gestito come configurazione standard del sistema gestionale, perché va dritta a leggersi quel punto preciso in cui le varianti configurabili di un profilo vengono descritte una per una. Da lì si fa restituire tutte le caratteristiche, con descrizioni, valori ammessi e descrizioni dei valori. E poi, invece di sputarmi una tabella di codici, prende l'iniziativa di costruire un file HTML navigabile, con indice e una scheda per ogni caratteristica. Le voci che riguardano il trattamento superficiale e il colore sono evidenziate. Il documento è pulito, leggibile, fatto per un essere umano.
C'è un'altra cosa, però, che a guardare la pagina mi colpisce ancora di più. Le caratteristiche del trattamento non compaiono come voci sparse: appaiono raggruppate, in una specie di gerarchia logica che diventa autoesplicativa man mano che si scende. C'è un pretrattamento di base — anodizzazione, cromatazione, spazzolatura, e così via — ciascuno con il suo codice e il suo nome leggibile. Ci sono i colori generali, sdoppiati fra faccia interna ed esterna. Ci sono i colori speciali per le personalizzazioni. C'è perfino un ordine in cui i diversi trattamenti vengono applicati. Niente di tutto questo era nella mia domanda: è emerso come effetto secondario del fatto che la domanda fosse stata posta nel posto giusto.
Mi viene da pensare, mentre scorro la pagina, che cos'è SAP e cos'è un suo profilo di configurazione un'intelligenza artificiale generica probabilmente lo sa già: fa parte del suo addestramento. Ma come avrebbe potuto sapere che proprio lì, dentro un punto preciso del sistema gestionale di Schüco, avrei trovato anche i trattamenti superficiali di un profilo? Quella connessione — fra una domanda in italiano corrente e il punto esatto dei sistemi di un'azienda specifica dove sta la risposta — non sta su Wikipedia, e non si deduce. Qui non ho cercato nulla. Sapeva già.
«Sì», dice Giovanni vedendomi la faccia. «Lo fa sempre.»
La riflessioneQuello che ho appena visto si chiama Sophron. Ed è il momento, lo capisco mentre prendo appunti, in cui dovrei avere una formula pronta per dire al lettore cos'è. La formula che mi ero portato sui miei appunti, prima di varcare la porta di quell'ufficio, era abbastanza prudente: «un sistema di knowledge engineering per assistere il team con un'AI ben configurata». Mi sembrava completa. Mi sembrava perfino abbastanza generosa, dato che la maggior parte dei tool che si annunciano con questi termini, in fondo, fa molto meno di quello che dichiara.
L'errore me l'ha fatto notare, senza dirlo apertamente, lo stesso autore. Da quel pomeriggio Giovanni e io abbiamo parlato per giorni, e ogni volta che mi pareva di aver chiuso il cerchio, lui proseguiva. Non controbatteva, non smentiva: aggiungeva. E ogni aggiunta cambiava il senso di tutto quello che avevo capito fino a quel momento.
Riporto qui, nella stessa sequenza in cui mi sono accaduti, sei livelli di scoperta. Ognuno mi è arrivato con la stessa sensazione: ok, basta, questo è il punto d'arrivo. E ogni volta, poco dopo, mi accorgevo che il punto d'arrivo era un'altra soglia. Solo arrivati al sesto livello ho capito che la formula che cercavo non era una formula tecnica: era qualcosa di più strano, e più semplice, di quello che avevo immaginato.
Livello uno
L'analista che lavora come pochi sanno lavorare
La prima cosa che Giovanni mi mostra è un esempio di analisi di sistema. La premessa è banale, di quelle che capitano in qualunque azienda di dimensione media: un key user del CRM chiede di aggiungere un campo a un documento d'ordine. Una richiesta piccola, lecita, che in genere finisce in un ticket e poi nel backlog dell'IT.
Solo che Marco — il key user — prima di aprire il ticket, apre Sophron. Non gli chiede di aggiungere il campo. Gli chiede solo di valutare la richiesta. In meno di un minuto torna con un piccolo dossier. Sì, il campo si può aggiungere. Però c'è un problema. Esiste già una catena che porta l'informazione del colore speciale dal CRM verso SAP e da lì al conto lavoristi che applicano il trattamento; se si aggiunge un secondo campo libero, la sincronizzazione perde il punto unico di verità. C'è di più: lo schema dei prezzi premium calcola la maggiorazione sulla classe colore. Se la finitura speciale finisce in un campo separato, il prezzo non si aggiorna in automatico. La proposta che Sophron mette sul tavolo non è un sì o un no: è una rimediazione architetturale. Invece di aggiungere un campo, suggerisce di creare una classe «colore speciale», vincolata alle categorie di prodotto che ammettono varianti.
«La cosa interessante», mi spiega Giovanni, «non è che Sophron sappia dirti questo. È che lo dica senza che nessuno glielo abbia chiesto. Marco gli ha posto una domanda piccola, e ha ricevuto una valutazione architetturale. Il punto unico di verità, il prezzo che non si aggiornerebbe, il conto lavoristi a valle: tutti questi pezzi Sophron li teneva in mente non come riferimenti generici, ma come fatti specifici di Schüco. Letti dai concept dell'azienda, dai modelli dati di SAP, dalla documentazione del CRM. Letti, soprattutto, prima che la domanda arrivasse.»
Mi appunto: un'analisi tecnica completa, in dieci secondi, che a un essere umano richiederebbe due ore e una mezza giornata di consultazioni. Penso che sia un livello molto alto, e francamente sufficiente a giustificare l'investimento. Sophron come assistente architetto. Posso fermarmi qua.
Giovanni mi guarda mentre scrivo. Capisco, dal modo in cui mi aspetta, che non ho ancora finito.
Livello dueL'esecutore — non solo capire, anche fare
Quando alzo gli occhi dall'appunto, mi viene da chiudere il quadro: «benissimo, quindi è un assistente di analisi». Giovanni ride. «No», risponde, «è anche un esecutore. E ti faccio vedere cosa intendo riprendendo l'esempio di prima.»
Marco — il key user del CRM — dopo aver ricevuto la proposta architetturale della classe «colore speciale», ne ha parlato con l'architetto del team. Insieme hanno raffinato il concept; Sophron lo ha rivisto a quattro mani con l'architetto e l'ha approvato. A quel punto, mi spiega Giovanni, Sophron prende in mano la realizzazione.
Redige il piano d'azione, e dentro il piano propone i momenti corretti per le implementazioni: un weekend, una notte. Mette in fila le change request che servono per allineare i sistemi. In SAP, dove il colore speciale ha radici profonde, non si limita a proporle: le crea da solo. Apre le change request, ci mette dentro le modifiche al programma e alle tabelle che servono per allineare l'ambiente, e — ottenuta l'autorizzazione — le esegue. Poi fa partire i test. Quelli sulla modifica nuova, ovviamente; ma anche quelli di regressione, una a una sulle casistiche storiche — altri colori, altre famiglie di prodotto — per essere sicuro di non aver scassato quello che funzionava prima.
E non si ferma a SAP. Il cambiamento è cross-modulo: nel CRM ci sono tabelle da modificare, store procedure di calcolo da aggiornare, interfacce back-end e front-end da allineare. Sophron prepara tutto. E se gli diamo accesso ai repository di sviluppo — ai branch di dev, test e produzione di front-end, back-end e Node.js — le modifiche non le propone soltanto: le scrive lui, le testa lui. Quando il lavoro tecnico è chiuso, aggiorna la documentazione, riscrive le istruzioni per l'utente finale, e prepara l'email di annuncio della modifica da inviare ai clienti. In autonomia.
Marco, lunedì mattina, trova tutto pronto. La classe «colore speciale» esiste nel CRM, parla con SAP, parla con il modulo prezzi premium, ha la sua documentazione aggiornata, e ai clienti è già arrivata la comunicazione. Il ticket che aveva aperto in mente la settimana prima era diventato, di fatto, un piccolo progetto cross-modulo: orchestrarlo a mano avrebbe richiesto molte persone di uffici diversi e qualche settimana. Qui è successo in una notte.
«Cioè modifica i sistemi.»
«Modifica i sistemi. Con prudenza, con audit, con tutti i guardrail che ci puoi mettere — ma sì, modifica i sistemi. Non aspetta che un essere umano apra una console di amministrazione e ripeta a mano la stessa sequenza di passaggi. Il lavoro sporco e quello duro, che in un'organizzazione viene fatto da molte persone in molti uffici diversi, Sophron lo orchestra e — nei punti in cui ha l'autorizzazione — lo esegue. In modo ordinato e strutturato.»
Sento di aver bisogno di un minuto. Cambio direzione mentale: non è più un assistente, è un membro del team con mansioni operative. Mi appunto: piano d'azione completo, change request SAP create e applicate in autonomia, test e regression sulle casistiche storiche, modifiche cross-modulo dal database alle interfacce, accesso scritto autorizzato ai branch di sviluppo, documentazione e comunicazione ai clienti. Sophron come braccio operativo del team. Posso fermarmi qua.
Giovanni mi guarda di nuovo. «E ancora non è tutto», dice, con la stessa calma di prima.
Livello treLa sentinella — quello che vede prima di chi guarda
Il terzo livello arriva una mattina d'inizio settimana, mentre Giovanni mi mostra una mail che il sistema ha mandato al team delle infrastrutture alle sei e mezza. Tre paragrafi, sobri.
Il primo paragrafo riguarda due server applicativi che, per un bollettino di sicurezza emerso nelle settantadue ore precedenti, vanno aggiornati. Sophron ha confrontato l'inventario delle versioni installate con i CVE pubblicati nel weekend, ha individuato due macchine vulnerabili, ha calcolato — leggendo il calendario operativo del magazzino — la finestra di manutenzione meno costosa. Suggerisce mercoledì alle quattro del mattino. Non chiede il permesso di farlo: chiede di confermare la finestra, dato che è uscita dal suo calcolo.
Il secondo paragrafo parla di un accesso SSH a un server in produzione, avvenuto la domenica notte alle tre e un quarto, da un PC il cui proprietario nominale risulta in trasferta. Sophron non grida al breach. Presenta i fatti, chiede al responsabile delle infrastrutture se è un'attività attesa, e dice — quasi di passaggio — che lui, al suo posto, revocherebbe la chiave nel frattempo. Costo zero, ripristino in cinque minuti se l'attività era legittima.
Il terzo paragrafo segnala tre certificati TLS in scadenza nei prossimi quarantacinque giorni. Uno è già in calendario per il rinnovo. Gli altri due no. Sophron chiede se aggiungerli al backlog.
«Questo», dice Giovanni mentre scorriamo insieme la mail del mattino, «è quello che chiamiamo la sentinella. Sophron passa il suo tempo a guardare i sistemi. I log di accesso, le scadenze, i bollettini di sicurezza, le performance delle query, le combinazioni inusuali nei dati. Non interviene quasi mai. Segnala. La cosa interessante è che quando segnala, lo fa in modo che ti permette di rispondere in tre minuti. Ti dice cosa ha visto, cosa significa, cosa farebbe lui se fosse al tuo posto, e ti aspetta.»
Mi viene in mente che non è solo sicurezza. Aggiunge Giovanni: la sentinella vigila anche sui flussi di business. Un ordine di vendita che resta inevaso troppo a lungo perché l'operatore è in ferie e nessuno si è accorto di dover guardare il flusso «fuori standard», Sophron lo intercetta. Confronta il tempo di permanenza con la distribuzione storica per quel cliente, vede che è settantadue ore contro una media di tre, e bussa alla porta del backup nominale prima ancora che il cliente alzi il telefono per chiedere.
Vigila anche su sé stessa, aggiunge. Le proprie skill, le proprie convenzioni, i propri DB di servizio. Se un collega scrive un concept che è incoerente con quelli già esistenti, Sophron se ne accorge e propone una correzione. Tutto in modalità propose-only: genera la patch, non la applica.
Mi prendo un altro minuto. Sento di dover ricalibrare ancora. Tre livelli: analista, esecutore, sentinella. È un assistente architetto che è anche un membro operativo che è anche un sistema immunitario. Mi appunto: sentinella propria + sentinella business + sentinella sicurezza, tre dimensioni, tutte attive su un'azienda intera. Penso che ora sì, possiamo fermarci.
Mi siedo. Bevo un caffè. Giovanni mi guarda con simpatia. «E ancora non è tutto.»
Livello quattroLa memoria che non se ne va con le persone
Giovanni mi racconta di un episodio. Un membro del team — che chiameremo, per la storia, Andrea — ha lasciato l'azienda l'estate scorsa. Andrea era il custode di un sapere particolare: come funzionava esattamente l'integrazione fra il modulo configuratore e il sistema di pricing, con tutte le eccezioni storiche che si erano accumulate negli anni. Quando Andrea è andato via, il timore era il solito: si sarebbe portato via il sapere informale, quello scritto da nessuna parte, e per ricostruirlo avremmo dovuto rifare gli stessi errori che lui aveva fatto e poi corretto.
«Non è successo», dice Giovanni. «Non del tutto, almeno. Quel sapere Sophron lo aveva assorbito. Non perché glielo avessimo dato in pasto come documento, ma perché Andrea — come tutti — usava Sophron per discutere, validare, scrivere. Ogni scambio che Andrea ha avuto con Sophron nei sei mesi precedenti la sua uscita è rimasto. Pesato in funzione del livello di Andrea — che era alto — e integrato nel solco di conoscenza del sistema.»
Si ferma. «Quando dico solco, intendo proprio quello. Una traccia che diventa più profonda ogni volta che qualcuno la percorre. Più ripetitiva è una decisione, più Sophron la riconosce; più persone autorevoli ci passano sopra, più la sua certezza si rafforza.»
«Quindi Sophron oggi può impersonare Andrea su quelle questioni?»
«Quasi», risponde Giovanni, e si sente il peso di quella parola. «Non al cento per cento. Ci sono dinamiche relazionali, conversazioni informali, decisioni prese durante un caffè che non sono mai passate da Sophron. Quello sfugge. Ma quasi qualunque persona che ha lavorato nel sistema lasciando una traccia documentata, sì. Sophron sa parlare con la sua voce competente. E soprattutto, per chi entra ora — i nuovi assunti — è un mentor che ha letto tutto. Non devono aspettare sei mesi prima di poter parlare con qualcuno della catena pricing-configuratore. Possono parlarne con Sophron oggi.»
Mi appunto: memoria intergenerazionale; il sapere non se ne va col turnover; onboarding accelerato dei nuovi entrati. Penso a quanto questo singolo livello, in un'azienda che opera da decenni, vale in termini di rischio organizzativo evitato. Penso che il quarto livello sia, almeno emotivamente, il più potente fino ad ora. Non potrà esserci un quinto.
Giovanni sorride. «E ancora — sì, lo so — non è tutto.»
Livello cinqueIl cliente che chiede della porta-finestra
Il quinto livello è quello che mi sposta dall'IT interno al mondo del Cliente. Giovanni mi racconta di Marcello, titolare di una piccola realtà di serramenti in provincia di Bergamo, che lavora abitualmente con prodotti Schüco. Quel giovedì pomeriggio Marcello sta preparando un'offerta per un nuovo cantiere: una ristrutturazione di villa, sette serramenti, uno dei quali un po' fuori standard. L'architetto gli ha mandato il progetto con misure puntuali e una richiesta secca: «verifica se Schüco fa l'apertura ad anta ribalta su questa misura». La misura è 1500 di base per 2300 di altezza — una porta-finestra alta.
Per quella verifica Marcello, di norma, aprirebbe il Configuratore nel CRM di Schüco. È uno strumento che conosce bene, ed è anche piuttosto veloce in sé; il problema è che, anche per una verifica semplice come questa, i passaggi non sono pochi. Bisogna aprire una commessa, inserire la posizione, disegnare la finestra, eseguire la verifica. Una decina di minuti, se va tutto bene.
Quel pomeriggio, invece, prova un canale diverso. Apre il CRM, dove trova una nuova funzionalità interattiva — lui non sa che, sotto, c'è Sophron — e scrive una sola frase, in italiano corrente: «mi verifichi se è disponibile una soluzione per fare una porta-finestra con apertura ad anta ribalta delle dimensioni di 1500 di base per 2300 di altezza».
Sophron in dieci secondi gli risponde. Conferma di aver capito la richiesta. Comunica che, data l'altezza fuori standard, la soluzione ad anta ribalta non è disponibile in configurazione base con il sistema più comune per quel tipo di porta-finestra. Ma non si ferma qui. Propone tre alternative: un sistema diverso, con profili di anta più grandi, che a quella altezza ammettono l'anta ribalta; oppure, sulla stessa serie originaria, un'apertura ad anta singola che non ha lo stesso vincolo dimensionale; oppure ancora, restando sul sistema più comune, ridurre il peso del vetro per rientrare nei limiti dell'anta ribalta. Aggiunge, per tutte e tre le alternative, la stima di costo e i tempi di fornitura.
«La cosa interessante», mi spiega Giovanni, «è che dietro le quinte Sophron ha simulato la richiesta come se fosse arrivata dal web. È andato a parlare con gli stessi programmi che usa il configuratore 3D, ha caricato la stessa logica di calcolo, ha letto le stesse regole sulle dimensioni ammesse e sui sistemi compatibili. Non è un nuovo configuratore: è un'interfaccia diversa allo stesso configuratore. Quello che Marcello ottiene non è una risposta inventata da un'AI generica — è la risposta che il configuratore ufficiale di Schüco avrebbe dato a quella stessa richiesta. Solo, formulata in italiano, e con alternative ragionate sopra, invece di un sì-o-no secco.»
Mi viene da pensare a una cosa che fino a quel momento non avevo considerato. Il valore di questo livello non è solo interno a Schüco. È anche, e forse soprattutto, esterno: il Cliente di Schüco — il serramentista come Marcello — può interrogare il sistema senza dover imparare a usare un configuratore. E così, allargando ulteriormente il cerchio, lo possono fare i partner di progetto che lavorano con il serramentista e con Schüco — un architetto, un progettista — e perfino, in prospettiva, il cliente finale del serramentista, il privato che sta facendo ristrutturare la propria casa. Basta che parlino italiano corrente. La superficie commerciale dell'azienda si allarga.
«Su questo Sophron è in sola lettura», aggiunge Giovanni. «Marcello può chiedere qualunque verifica, ma non può ordinare niente, modificare niente, prenotare niente. Per l'ordine c'è una catena commerciale che non passa da qui. Questa è una scelta esplicita: la stessa interfaccia che ti dà accesso alla conoscenza del prodotto non ti dà anche il potere di fare ordini. Consultare si può, anche da fuori del nostro perimetro; ordinare, no.»
Mi prendo, ormai consapevole del ritmo, un altro minuto. Mi appunto: interfaccia diretta in linguaggio naturale verso il sistema di prodotto di Schüco, accessibile anche ai clienti esterni, vincolata alla semantica del configuratore reale, in sola lettura. Penso che questo livello, da solo, ridisegnerebbe il modo in cui un'azienda BtoB come Schüco parla con la propria rete commerciale. Cinque livelli. Non potrà essercene un sesto.
Giovanni mi versa altro caffè. È diventato, ormai, un rituale.
Livello seiIl metodo che fa da collante
Il sesto livello non è una nuova capacità che Sophron mi rivela. È, in un certo senso, l'opposto. Sono giorni che parliamo, ormai. Giovanni si ferma, e mi dice che tutto quello che mi ha descritto fino a qui è il cosa. Ma il perché Sophron esiste, e perché lui ha investito tempo a costruirlo invece di usare uno qualunque dei sistemi che oggi fanno cose simili, è un altro.
«Se ci pensi», dice, «ognuna delle cose che ti ho mostrato, presa da sola, oggi è alla portata di qualunque AI moderna, o di un tool dedicato — con o senza AI integrata. L'analisi cross-modulo la fanno gli agenti di alcuni IDE. L'esecuzione con guardrail la fa qualunque sistema che abbia accesso a un ERP via API. La sentinella la fanno i SOC. La memoria intergenerazionale la fanno i sistemi di knowledge management ben configurati. La self-service analitica la fa Power BI Copilot. Una a una, sono tutte cose disponibili. E sono tutte cose che, prese una a una, non sarebbero bastate a giustificare Sophron.»
Pausa. «Sophron non è il tool che le fa. È quello che le tiene insieme.»
L'AI è una tecnologia che ha reso possibile Sophron. Sophron è una disciplina che il team ha reso necessaria. — Giovanni Aduso
«Tutte e cinque le funzioni che ti ho mostrato», prosegue Giovanni, «funzionano perché il team ha deciso di lavorare con un metodo condiviso. Lo ha codificato. Ha imposto a sé stesso una disciplina di posizionamento delle informazioni, di tracciabilità delle decisioni, di permessi, di freschezza. Quella disciplina è scritta — letteralmente — in sedici regole che Sophron applica a ogni risposta, in modo silenzioso, perché si fa fermare prima di rispondere se una delle regole è violata. La macchina è il modo in cui quel metodo non si dimentica.»
Mi accorgo che il livello sei non è una nuova funzionalità: è la luce che illumina le altre cinque. Tutte le cose che pensavo essere il valore — l'analisi, l'esecuzione, la sentinella, la memoria, l'interfaccia business — sono conseguenze di qualcosa che sta più indietro. Sono possibili solo perché quella disciplina esiste.
Coda · Forma mentis
Chi entra dentro Sophron, e cosa Sophron fa a chi entra
C'è un punto della conversazione, in mezzo a quei giorni, in cui Giovanni si appoggia allo schienale e cambia tono. Avevo appena osservato che un sistema così disciplinato richiede una certa forma mentis — non un tecnicismo, una predisposizione. Lui aveva annuito.
«Questa è la parte difficile da dire, ma è la più importante. Sophron non è per tutti. Le persone dell'IT che hanno sempre lavorato per pattern, per struttura, per progetto — quelli che amano il design prima dell'implementazione, l'astrazione prima del codice, lo schema prima del dettaglio — qui dentro fioriscono. Le persone che hanno sempre lavorato di improvvisazione, che dicono facciamo come capita, poi vediamo, non sopravvivono. Letteralmente. Non riescono a stare al passo, e dopo un po' la cosa diventa evidente a loro per primi.»
Avevo detto che mi sembrava un giudizio duro. Lui aveva risposto che era un giudizio onesto.
«E ti dico di più, perché è la cosa che, a forza di vederla, mi è diventata sempre più chiara. Sophron non si limita a premiare i metodici e a punire gli improvvisatori — un fenomeno che alla fine somiglia a un filtro darwiniano, sì, ma è solo una metà del quadro. L'altra metà, che si vede solo dopo aver visto la prima, è che Sophron amplifica chiunque ci entri.»
«In che senso?»
«Nel senso che le capacità di una persona, dentro Sophron, diventano più grandi di quello che erano. Tutte le capacità. Quelle belle, come l'intelligenza, la lucidità, la capacità di vedere connessioni — diventano più grandi. Ma anche quelle brutte, come l'assenza di metodo, l'approssimazione, l'incoerenza — diventano più grandi anche quelle. Sophron non corregge un cattivo collaboratore: lo rende un peggior collaboratore in meno tempo. Per questo non è un filtro pigro che lascia entrare tutti e poi seleziona: è uno specchio impietoso che restituisce a ciascuno una versione moltiplicata di sé stesso. Per chi ha materiale buono, è una grazia. Per chi non ce l'ha, è un guaio.»
«Sophron amplifica le capacità di una persona: sia quelle belle, come l'intelligenza, sia quelle brutte, come l'assenza di metodo.
Per chi ha materiale buono, è una grazia.
Per chi non ce l'ha, è un guaio.»
— Giovanni AdusoL'amplificazione, come la racconta Giovanni, è la cosa che mi rimane più addosso di tutto il reportage. Le tecnologie nuove, di solito, si valutano per quello che fanno. Sophron, capisco mentre scrivo, va valutato per quello che fa a chi lo usa. Restituisce a ciascuno una versione moltiplicata di sé stesso. Lo specchio non crea: moltiplica. Sta a chi vi entra portare con sé qualcosa che valga la pena di essere moltiplicato.
Chiusura
«Allora cos'è Sophron, alla fine?», gli avevo chiesto, in chiusura di una delle nostre conversazioni. Giovanni si era appoggiato allo schienale. Aveva preso un istante.
«Sophron», aveva risposto, «è esattamente quello che il suo nome promette: una mente intatta applicata al lavoro. Non è una macchina che pensa al posto nostro. È una disciplina che ci costringe a pensare bene quando saremmo tentati di pensare in fretta. Quando ci dimentichiamo, ci ricorda. Quando improvvisiamo, ci ferma. Quando lavoriamo come si deve, se ne sta in silenzio.»
«È un patto. E come tutti i patti che funzionano, ha un'abitudine pericolosa: convince chi ne fa parte che indietro non si torni.»
Chiudo il taccuino. La formula con cui avevo aperto questo reportage — «un sistema di knowledge engineering per assistere il team» — non era sbagliata. Era troppo piccola. Sophron è un sistema di knowledge engineering, sì, ma è anche un esecutore, una sentinella, una memoria, un'interfaccia di business e, alla fine, un patto fra persone. Senza il patto, l'AI sarebbe un assistente brillante e dimenticabile. Con il patto, diventa Sophron.
Ogni livello che mi è stato mostrato credevo fosse il punto d'arrivo. Ogni volta, poco dopo, mi accorgevo che era una soglia. Adesso so che anche questa formula — il patto — sarà probabilmente un'altra soglia, e che tornerò fra qualche mese a vedere cosa c'è dietro.
Quando si esce da un dialogo del genere, non si esce con una definizione: si esce con un'altra postura. Nel frattempo, Σώφρων — la parola del greco antico per «una mente intatta» — applicata al lavoro. Il nome ha tenuto la promessa.